romanza su una nota sola

in pentafonia

per camera oscura, astrolabio, voce maschile, tastiere, théremin e suoni di sintesi

 

 
  
 
 

di Angelo Airò Farulla ed Elena Fatichenti

 

dalle “Operette Morali” di Giacomo Leopardi

e dal “Coro di morti”, madrigale drammatico

per voci maschili, tre pianoforti, ottoni, contrabbassi

e percussione di Goffredo Petrassi

 

in coproduzione con lo spazio per-formativo per le arti contemporanee Duncan3.0

 

sound design, esecuzione live, azione: Angelo Airò Farulla

immagine, space design, video: Elena Fatichenti

light design: Daria Pastina

 

manifesto: Diego Mazzaferro

foto di scena: Azzurra de Zuanni

 

7/8 MARZO 2009, spazio per-formativo per le arti contemporanee Duncan3.0, Roma

 

 

 

 

Dicono infatti che egli, avendo dipinto un cavallo e desiderando raffigurare nel quadro la schiuma della bocca del cavallo, ebbe così poco successo, che rinunciò e gettò contro l'immagine la spugna in cui detergeva i colori del pennello: e dicono anche che questa, una volta venuta a contatto con il cavallo, produsse una rappresentazione della schiuma. Anche gli scettici, dunque, speravano di impadronirsi dell'imperturbabilità dirimendo l'anomalia degli eventi sia fenomenici che mentali, ma, non essendo in grado di riuscirci, sospesero il giudizio; e a questa loro sospensione seguì casualmente l'imperturbabilità, come ombra a corpo.”

(Sesto Empirico, “Lineamenti pirroniani” I, 19-35)

 

È la sera del giorno nel quale tutti i pianeti si trovano tra loro allineati; è l’Anno Grande o Annus Mathematicus, durante il quale i morti sulla Terra si risvegliano e, qualora interrogati, hanno facoltà di conversare con i vivi per un quarto d’ora. Federico Ruysch, seicentesco scienziato imbalsamatore, viene svegliato dal canto notturno delle sue mummie. Porge loro alcune questioni sul “che cosa sia il morire”.  I defunti smentiscono una ad una tutte le sue ipotesi sull’argomento e, nel bel mezzo di questo spettrale colloquio, improvvisamente, s’ammutoliscono. Il Ruysch rimane così come beffato, senza risposte, senza elementi necessari a formulare un giudizio. Da questa esperienza irripetibile non ha potuto trarre alcun vantaggio. Non ha potuto trattenere nessuna informazione.

Nel sol corso di un quarto d’ora, in un tempo pur breve, ma che appare lunghissimo nell’oblio sublime di una tale conversazione,  si è svolto una sorta di dialogo nelle parti senza le parti, dove la Morte ha parlato sì, ma come uno specchio della persona che quelle domande porgeva, rispondendo secondo l’intenzione che l’interlocutore proiettava sopra di Lei.

Non si può infatti parlare della morte con la  Morte. Ogni discussione a riguardo è una discussione che vaga a casaccio, quasi senza oggetto, sbandando per lo spazio, senza approdo. Lo scienziato, o più in generale l’uomo, che si cimenti in una tale indagine, in quanto essere vivente, è un navigante in un abisso oscuro; escluso da quell’esperienza.

Ed il teatro di quest’incontro ontologicamente mancato tra il morto ed il vivente (finché rimane una distinzione tra oggetti e soggetti) somiglia ad un vascello alla deriva.

Un astrolabio, pallida icona del controllo della Ragione sull’Universo, è il cuore dell’evento. Come una sfera divinatoria, assorbe e riflette all’intorno le immagini che cattura.

La conoscenza è un atto che ri-vela il reale; è un gesto bifronte che mentre mostra occulta l’oggetto mostrato. È insita in questo imprescindibile status experiendi l’impossibilità di definire la morte, ed il desiderio inestinguibile di conoscerla che ne deriva. Ogni frase che ne descriva il senso, nell’incontro tra un morto e un vivente, è parafrasi, immagine, parodia; il racconto ha bisogno di distanziarsi dal suo centro – al quale non è in grado di aderire; la trama si produce nella simultaneità, nella dispersione apparentemente casuale degli eventi. E proprio in virtù d’un caso, di una convergenza apparentemente accidentale di un raggio di luce che, penetrando da un foro ottico, va a toccare la parte sensibile di una sfera armillare, è messo in moto un meccanismo atemporale dove tre diverse tipologie di tempo (quella eterna, indifferente e ciclica dell’anno matematico, quella terrena del quarto d’ora concesso al dialogo e quella dei morti, senza durata, nel quale questo colloquio si consuma) s’intrecciano, dando luogo ad un tessuto sonoro e visivo sbandato e tremolante come una trecentesca danse macabre.

 

La morte si dice che sia il grande mito rimosso dell’era contemporanea. Essa è innanzitutto ciò che insiste nei segni e fonda il significare. In questo senso, la morte è ciò che propriamente non ha linguaggio; e la rappresentazione – la cui essenza è nell’alludere a ciò che non è presente – è, per via di questo, mistero del senso e liturgia dei significanti.

Mistero nell’accezione antica del termine; nella valenza di sacra rappresentazione, evento rituale che comprende la collettività offrendole l’immagine, l’evocazione, il mito del suo “profondo”.

L’uditorio viene accolto dentro ad un’immensa camera oscura che cattura e proietta dentro di sé l’immagine dell’insolito colloquio. Come nella celebre novella di Platone, l’uomo non è che un’ombra incerta;  quello che pensa e percepisce di sé stesso non è che un’immagine riflessa. La luce del reale (della conoscenza reale) è così accecante che coincide con il buio assoluto. La visione del totale è la visione di niente.