-operetta morale-

 

 

 

performance site specific

di Angelo Airò Farulla ed Elena Fatichenti

dal romanzo di Robert Louis Stevenson

 

 

colonna sonora, scrittura e regia: Angelo Airò Farulla

spazio scenico e costumi: Elena Fatichenti

personaggi e interpreti:

Il dottor Harry Jekill, punitore di sé stesso: Angelo Airò Farulla

Il signor Utterson, avvocato, involontariamente scambiato per il signor Edward Hyde: Lorenzo Mori

La futura signora Jekill, ovvero colei che rovina per salvare e possedere: Enrica Zampetti

 

manifesto: Diego Mazzaferro

produzione L’epimeteide  2006

 

aprile/maggio 2006, Roma, interni locale Samsara

 

 

 

 

Seconda versione dello spettacolo omonimo dove il racconto della mancata trasformazione di Jekill in Hyde si sviluppa nel parallelismo con il mito di Giano bifronte. La simultaneità delle situazioni è concertata in una serie apparentemente infinita di tableaux vivants. Alcuni monitors TV  incastonati in una sala anatomica abbandonata (davanti alla porta del laboratorio del dottore) consentono di spiare una presenza altra che opera nel retroscena. L’ azione scenica è fatalmente ripetuta da un suo doppio virtuale: una colonna sonora che anticipa, ritarda e svincola i tempi ed i segni dal loro immediato significare; colonna sonora che interpreta il meccanismo della scrittura seriale di Anton von Webern (originale, inverso e retrogrado) al di là della struttura concettuale (di spartito pre - organizzato).

 

DEL DITTICO

 

La performance si avvale dell’azione di tre attori concertata nell’esposizione simultanea degli eventi (sonori e visivi), rappresentando così una struttura aperta agita in variazione continua. Si determina una situazione molto simile ad un concerto d’improvvisazione jazz, dove -aggirando l’ipotesi di una lettura univoca- viene offerta a chi guarda l’occasione di considerare ed elaborare la propria interpretazione di un contesto preciso: al pubblico presente è regalata infatti l’opportunità di fraintendere infinite volte il “contenuto” dell’opera.

 

Lo spettatore viene messo nella condizione di spiare il laboratorio di H. Jekill, guardandolo e immaginandolo attraverso tagli di luce improvvisi e finestrelle semi aperte o semichiuse.

 

Il protagonista viene colto nel fallimento della sua impresa memorabile : nessuna trasformazione infatti avrà luogo in un contesto determinato dal coatto ripetersi del suo “chi sono” e “come”.

 

Attraverso l’esplorazione d’un limite, d’un bordo oscillante tra risoluzione e promessa, lo spettacolo è produttore d’una dislocazione barocca dei propri punti di attenzione.

 

 

Ritratto dell’opera

 

L’impossibilità del dottor Jekill di trasformarsi in Hyde è conseguenza del voler rendere presente, ora, quella trasformazione passata (non-presente) che si ipotizza avvenuta (mitologia del se stesso). Quel fatto è allora ricordabile (interpretabile, non conoscibile) soltanto attraverso formule già conosciute per sentito dire.

 

In realtà la trasformazione non è mai avvenuta. L’immagine straordinaria e mostruosa dello sdoppiamento è invece metafora di qualcos’altro; è racconto che accenna, immagine e simbolo. Hyde non è infatti un altro (un’altra persona, la parte malvagia del dottor Jekill), ma appunto metafora di una delle possibili variazioni attraversabili da J.

L’indivisibilità etimologica dell’individuo consente infatti solamente variazioni differenti e sfumature dello stesso, non conoscendo sdoppiamenti inscrivibili nella logica binaria dell’ uno e due (Bene, Male, etc.).  

 

La scena, che predispone il potenziale ritorno di quei fatti ipotizzati, è circolazione dei segni di questi riorganizzabili a posteriori in un racconto più o meno corrispondente (ricostruire un delitto). La scena è racconto (C’era una volta...). Testimonia del già avvenuto (sfondamento della porta del laboratorio e conseguente scoperta/ messa a nudo del caso Jekill).

 

L’azione del ricordare è quell’ azione che, nel rievocare, non ripete più la cosa se non come differenza da quella originale (con uno scarto).

 

Ma il dottor Jekill è preoccupato a far coincidere memoria del fatto e imitazione del fatto stesso nel presente: quello che è stato deve essere ancora –ora- esattamente così come fu prima.

 

Il tentativo di centrarsi e darsi quindi un senso (memoria = identità) attraverso la pro-vocazione di questo punto preciso è manifesto - nonostante tutto - nella dinamica propria al riaffiorare degli eventi passati (M. Proust): qualcosa ci sovviene, sembra apparire, sembra essere quella cosa desiderata; ecco che sfugge e sparisce; prende a tornare e sembra quasi raggiunta; appare tutt’altro; subito svanisce; dal fondo pare tornare il ricordo preciso; appare sdoppiato... etc.

 

In questa oscillazione temporale, l’immagine che dà corpo e sensibilità (percezione) a quell’ottuso ricordare è quella fatale, unica ed ultima significanza della vicenda: sfondamento della porta del laboratorio e conseguente scoperta/messa a nudo del caso Jekill.  È il dottore stesso che –oggettivato nel ricordarsi così come fu -tenta sfondarla (quella, già sfondata). Ecco allora il fallimento insito nel rievocare dall’esterno (dichiarato esterno) la ricercata condizione interiore (il diverso, l’altro, Hyde). Il problema sta appunto nel credere di poter separare esteriorità da interiorità, azione da conseguenza, Jekill da Hyde. Nel credere che Hyde non sia Jekill e viceversa, nel separarsi. La scoperta di una formula che poteva valere per il dottor Jekill “originale” (l’altro da sé attraverso la separazione degli istinti umani) non da più nessun risultato a scoperta avvenuta.

 

Questo ricordare alterno (il suo movimento) nel quale il dottor Jekill è preso (poiché, anche qui, esterno e interno non sono separabili: la scena è dispiegarsi attivo e manifesto del senso del personaggio) ha margini sovraffollati e vibranti:

 

-   i monitros Tv che - continuando virtualmente le azioni del dottore, deviandone e raddoppiandone i tempi - contribuiscono alla presentazione della dinamica del riaffiorare incerto di un fatto remoto. Testimoniano della scarto e della variazione continua (non coincidenza) attraversata incoscientemente dal solito individuo;

 

-   le due testimonianze reali  (Signor Uterson e Signora Jekill) che, spiando il riaccadere fittizio del fatto invocato (Utterson secondo i propri ricordi; Signora Jekill nel presente secondo uno scopo preciso), ne accennano un’interpretazione (commento), consegnando anche quel che accade ora (il fallimento del calco di un ricordo) al tempo passato del ricordare (interpretazione); confondendo quel che viene prima con quel viene dopo, con quello che sta in mezzo, etc.

 

Le due figure fanno insomma da filtro, mandando in feed-back una temporalità sfuggente che vorrebbe dirsi assolutamente presente ed immutata, ri-velandone la variazione, la non coincidenza con l’originale e dunque l’inesauribile differenza del movimento.

Sullo stesso piano di significanza dei monitors, ne sono l’ulteriorità, quello che rende possibile il sospettare altre cose.

 

Questi margini abitati da copri organici e inorganici danno la misura di uno spazio sacro, limitato, all’interno del quale accade il miracolo (pur se mancato). Sono brusii e sussurri di confine che invitano a tacere, indirizzando l’attenzione.

 

La situazione generale è attesa dell’evento che stenta a ritornare (da dove? da quando?), apertura alle possibili svolte impreviste ed accidentali (Hyde, il diverso) all’interno di questo stesso fatto ricordato.

 

La durata immobile (aionica) della sospensione del tempo vissuto (a favore del tempo ricordato) si alterna all’ improvviso e inaspettato risvolto (subito smentito) d’una presenza che si dà come passata appena nasce, poiché da subito interpretata.