suono – scrittura – esecuzione : Angelo Airò Farulla
space design – video - immagine : Elena Fatichenti
manifesto: Gabriele Manganiello
foto di scena: InFlux / NUB / Adriano Annino

 
BISOGNO DI MUOVERSI
23 gennaio 2011 - ore 18:00
c/o Associazione Culturale NUB
Montale - Pistoia

 
 

un coup de revolver jamais n’abolirà le hasard

Labirinto linguistico in cui il linguaggio si rivela strumento di perdizione, ossessione, perdita del senso o addirittura della vita. La performance “Caligola o il senso della morte” è un’epica ipermediata che  - abitando lo scarto che separa ed unisce la forma del dittico da quella del trittico – ritrae la figura di Caio Caligola, il terzo imperatore della Roma antica, colui che impose alla sua corte la più spietata coincidenza di uomo e segno. Volle incarnare il pensiero ed ipostatizzare il suono. Regnò dal 37 al 41 a.C.; poco più di tre anni di abuso di un potere illimitato, durante i quali il sovrano diede forma ai suoi fantasmi pubblici e privati mediante l’esasperazione del potere tautologico della parola. – La parola è un tremendo pericolo, soprattutto per chi l’adopera, ed è scritto che di ciascuna dovremo render conto. Quale distanza abissale separa il detto dal senso che gli attribuiamo nel pronunciarlo? In questo caso si tratta di volere per forza la conseguenza di un significato: in ogni caso, violare il senso. Operare per forza o con frode un’esatta corrispondenza tra due termini reciprocamente irriducibili – quali la vita e la morte – che di lontano suona: Significa et Impera. Una corrispondenza che, in scena, viene duplicata, triplicata, ossessivamente unificata nell’erranza del senso tra differenti media; nell’interferenza dei diversi supporti che la parola può sopportare: testo – scrittura, suono – voce, icona – immagine. Un discorso univoco, incentrato sulle “convergenze parallele” tra la dimensione diacronica dell’audio che è ascolto di un’immagine acustica, e la dimensione sincronica della visione che è visione del testo. Di immediato c’è solo il filtro dei supporti, un surplus di significanti che si presenta al pubblico in uno spazio irreale, dato nella relazione tra senso, significato e significante; uno spazio che si fa scena e storia, viatico autoreferenziale, diaframma opaco e trasparente.

UNTITLED


Alla voce “tautologia”, l’Enciclopedia Treccani riporta quanto segue: nella logica formale classica, termine usato per qualificare negativamente ogni proposizione la quale, proponendosi di definire qualcosa, non faccia sostanzialmente che ripetere nel predicato ciò che già è detto nel soggetto. Oppure: nell’uso strettamente filosofico, ragionamento, espressione, termine, o altro elemento linguistico che sostanzialmente ripete quanto già detto e significato in un’altra espressione o con un altro termine o elemento.

Una simile determinazione del Significato insiste nell’idea e nella struttura di questo spettacolo, un’opera sul linguaggio articolata dallo scambio simbolico che testo e spazio scenico – nel tra-dire e ri-velare contemporaneamente le loro proprietà drammaturgiche – reciprocamente avverano.
Il testo elabora una sequenza d’immagini, di racconti e fluidi passaggi tra la prima e la terza persona, descrizioni d’azioni che non vengono mostrate, didascalie di una rappresentazione che non viene messa in scena. È una narrazione che determina la sua qualità nell’attrito tra l’epica e il dramma.
Anche la scenografia organizza un racconto che si estende tra il figurare e l’evocare, ma lo fa descrivendo – sempre tramite un testo – non altro che sé stessa, proprio in quanto scenografia. Il testo in questo caso è un testo visivo, visibile, proiettato sul fondo dello spazio scenico.

Mentre il testo verbale – quello che l’attore pronuncia –, utilizzando il proprio medium (la voce), apre una finestra su un altro spazio e corre quindi su un binario divergente rispetto al reale, la scena invece, partendo da un’apertura formale come quella risultante dalla sua astrazione totale – data dal suo configurarsi nell’utilizzo del mezzo verbale anziché del medium iconico – va a stringere, convergere sul proprio spazio, indicando – tramite le parole – proprio sé stessa.
Attraverso allusioni, metafore, giochi grafici e linguistici diversi, la scena, precisandosi in una serie di passaggi successivi, imita quasi le fasi del dramma omonimo di Albert Camus, dove l’imperatore romano Caligola va mano a mano perfezionando la sua logica implacabile secondo la quale si vuol dire esattamente quel che si dice, secondo la quale ogni gesto determina o deve determinare un’esatta conseguenza.

Possiamo dividere questa drammaturgia o scrittura dello spazio in tre periodi. In un primo momento una scrittura lineare descrive una scena diversa da quella che il pubblico presente può vedere di fronte a sé, ma della quale il senso ed alcuni enunciati strutturali sono concettualmente in accordo con ciò che la scena reale espone. È questo il momento in cui la scena è più aperta, ambivalente, quasi duplicata; presente concretamente sottoforma di “spazio scenico particolare” e presente altresì sottoforma di un testo che di questa stessa scena concreta – e sul supporto proprio di questa stessa scena concreta - illustra una variante virtuale (un’altra scena) simultaneamente presente. Lo spazio scenico è uno spazio scandito da uno “skyline” di casse acustiche – uno spazio che rinnova l’ambivalenza sostanziale anche nella sua estensione tridimensionale: sulla scena è sola presenza il supporto che veicola la voce/testo (i diffusori acustici); lo spazio scenico è medium di un medium di un altro medium, ecc. Il testo, proiettato in video, descrive invece una scenografia divisa in tre parti, ispirata all’ “One and three chairs” di Joseph Kosuth, nella quale sono presenti Caligola, una riproduzione di Caligola a grandezza naturale, ed una definizione di Caligola, imperatore romano.

Il secondo momento è affidato al calligramma. Il trittico precedentemente descritto viene ora figurato; il testo assume la forma di quello che significa. La scena virtuale sembra farsi concerta, ed entra in scena, raggiungendo il suo specifico di forma ed immagine insistendo proprio sul significato della parola. Il calligramma può sembrare dapprima un’apertura immaginifica del mezzo scrittura, un abuso del supporto /significante. In realtà, attraverso la figurazione delle parole, il testo precisa i significati della sua scrittura e nonostante questo si fa immagine proprio grazie all’amplificazione del suo essere scrittura.

Il terzo è il passaggio definitivo. Il testo si distende nuovamente in scrittura lineare. Torna a descrivere la scena. Ma questa volta la scena (virtuale) descrive proprio questa scena (reale), inizialmente tenendosi ancora un poco distante, mostrando un atteggiamento ancora metalinguistico; segue la teoria, come se “disegnasse” lo spazio scenico da venire, come se si vedesse ancora in progetto. Il testo utilizza il futuro, ma descrive esattamente ciò che viene visto dal pubblico. Poi, nell’ultimo quadro, il procedimento si compie: è la scena della congiura, la morte di Caligola, e lo spazio scenico viene ripetutamente tagliato dalla luce rossa di una lampada stroboscopica. E la proiezione del testo riporta: “La descrizione di questa scena viene ora cancellata dai lampi di luce rossa di una lampada stroboscopica”.

A cominciare dall’ “A.S.C.O.L.T.A.” iniziale, puntato come una sigla, tutto vuole indicare contemporaneamente nient’altro che sé stesso e tutt’altro. È, anche qui, il dramma dell’eroe di Camus, ossessionato dall’impossibile, dal “nulla eterno”, dall’alterità assoluta della morte e al tempo stesso ostinato nell’applicazione più severa del più umano degli strumenti di controllo: il linguaggio. Se il potere del sovrano è potere linguistico, esso è un potere meramente tautologico, che si basa sull’affermazione, sull’enunciazione più o meno retorica, di questo stesso potere. Così, la descrizione più esatta non è compiuta nemmeno dalla descrizione più esatta. Più ci avviciniamo alle cose, più queste si allontanano da noi. La massima prossimità coincide infatti con la massima alterità.